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Epatite virale: l

Epatite virale: l'esperto risponde

L'epatite virale è una malattia infettiva del fegato che ogni anno causa la morte di 1,5 milioni di persone in tutto il mondo. Nonostante questi dati non c'è una piena percezione nei confronti della patologia.

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Come difendersi: dalla Prevenzione allo Screening


LA PREVALENZA del virus dell'epatite C nella popolazione italiana è circa del 3% in media, più elevata nel Meridione che nel Nord, negli anziani rispetto ai giovani. Per ridurre la diffusione dell'infezione e delle gravi complicanze (cirrosi e tumore del fegato), è necessario attuare rigorose attività di prevenzione primaria, che riducano cioè il rischio di trasmissione dell'HCV:

  • screening del virus su sangue, plasma, organi, tessuti e donatori;
  • procedure di inattivazione virale su derivati da plasma umano;
  • educazione sanitaria delle persone possibili fonti o esposte al rischio.
Oltre a un approccio diretto a proteggere chi ancora non sia infettato, è importante la prevenzione secondaria, che ha come obiettivo di ridurre il rischio di sviluppare una malattia epatica cronica. Ciò prevede la proposta del test di screening alle persone per cui si presume esposizione al rischio, e la cura di quelle infette.
Per screening si intende l'identificazione, nell'ambito di una popolazione di soggetti apparentemente sani, dei portatori dell'infezione.
Un'attività di screening è proponibile a 2 condizioni:
  1. che la prevalenza dell'infezione sia elevata e la malattia grave;
  2. che esista una terapia efficace.
Lo screening per l'epatite C, inteso come la ricerca degli anticorpi anti-HCV (HCVAb), deve essere quindi raccomandato a particolari categorie di persone a rischio:
  • persone che abbiano fatto o facciano uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa;
  • che abbiano ricevuto fattori della coagulazione prima del 1987, ovvero trasfusioni di sangue o trapianti d'organo prima del 1992;
  • che siano in dialisi (lunghi periodi);
  • che abbiano subito, nel passato, interventi chirurgici;
  • che presentino alterazioni persistenti degli esami riguardanti il fegato(transaminasi);
  • operatori sanitari che abbiano subito punture o ferite accidentali;
  • partners sessuali e famigliari di soggetti positivi per HCV Ab;
  • nati da madri positive per HCVAb.
La raccomandazione degli screening è sostenuta dalla attuale disponibilità di una terapia “di combinazione” con interferoni (oggi esistono interferoni pegilati a somministrazione monosettimanale) e ribavirina, che ha più che raddoppiato le possibilità di guarigione dall'infezione da HCV: le percentuali di risposta duratura a questo tipo di trattamento variano dal 37 all'88%. Quanto più è precoce l'identificazione dell'infezione tanto maggiori sono le probabilità di risposta alla terapia: le percentuali di guarigione sono infatti più elevate se il paziente è giovane e se il virus ha avuto poco tempo per danneggiare il fegato.

Prof. Giampiero Carosi
Professore Ordinario di Malattie Infettive presso l'Università di Brescia.